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Paolo Andreani. Il milanese volante

Capitolo 1: gli anni di Collegio

Andreani Paolo Girolamo Milanese – Entrò in Collegio li 30 gennaio 1779 in età d’anni 16 venuto per impegno del S. Duca Francesco III. 

Paolo Andreani (1763-1823) entra in Collegio San Carlo a 16 anni. È già grande, e l’antica istituzione difficilmente accettava ragazzi già formati perché, da consolidati formatori, i padri della Congregazione di San Carlo sapevano che sarebbe stato più complesso imprimere loro una educazione, un metodo di studio e di comportamento.  

Ma Paolo è protetto dal Duca estense: segno precoce di una vita fortunata, dispendiosa e irriverente. 

Per la disperazione del rettore, il giovane Andreani fa tutto quello che era negato agli altri ragazzi: si allontana spesso da Modena e viaggia per l’Italia con l’amico Agostino Mauro, riarreda la sua stanza in Collegio, chiama musicisti per un concerto privato, paga e spende di tasca propria… Ignora volutamente regole scritte e non scritte del Collegio, come farà in molte altre occasioni. 

Veduta del Collegio 

A testimonianza di una vita burrascosa fin dall’adolescenza Paolo lascia moltissime lettere, conservate nel fondo Sormani Andreani presso l’archivio di Stato di Milano. Scrive perlopiù al fratello maggiore, Gian Mario, e in parte allo zio, Giovanni Pietro.  

Quando i suoi guai diventano problemi di famiglia, vengono chiamati in causa anche i potenti zii Alessandro (1740-1825) e Lorenzo (1741-1821) Sormani Giussani, che hanno facoltà decisionale sugli affari economici di rilievo della famiglia Andreani. 

L’italiano delle lettere di Paolo talvolta è incerto, la sintassi non sempre lineare, ma il giudizio su ogni aspetto della sua vita, degli affari di famiglia e della realtà che lo circonda è sempre netto e sicuro, a ragione o a torto.  

Le lettere di Andreani, ad oggi inedite e di cui viene fornito in mostra un piccolo saggio, sono capitoli di un romanzo epistolare.

Andreani Paolo Girolamo Milanese 

Entrò in Collegio li 30 gennaio 1779 in età d’anni 16 venuto per impegno del S. Duca Francesco III. Era stato in Collegio Imperiale di Milano, poi due anni a casa. Fu posto in Umanità, dove attese sufficientemente: studiò a parte il trattato della sfera, e del globo terrestre, e ne fece pubblica disputa nella sala di campagna nel mese di agosto. In ottobre un suo mangiante di casa venne a prenderlo per condurlo a Loreto, indi a Roma a mio dispetto. Stette lontano più di 2 mesi, e ritornò pieno di boria romana, e finezze ricevute da varii porporati: ma dall’ora in qua ha studiato poco. Si diletta dell’architettura, ed è provvisto di ottimi libri, che fanno bella figura, ma poco sono da lui molestati. In quest’anno 1780 studia la Rettorica. È ricco molto, ma sciala moltissimo non ostante i divieti del Collegio. È passato alla Filosofia al S.  Carlo 1780. 

Nel 1779 al 81 poi si applicò alla filosofia, in cui profittò poco. A riserva di una ripetizione di fisica sperimentale non vi fu altro. Partì dal Collegio sul finire di febbraio [1782] curato da suo fratello maggiore. Avea con poco mio piacere ornata la sua stanza con delle scranne a cuscini, con tende di calencò [calicò, stoffa leggera di cotone grezzo a volte tinta o stampata]. Ha lasciato tutti ai camerieri, che hanno ricavato 12 zecchini dalla vendita di tali robe. Ha regalato mille pezze di Spagna [monete di cambio] al Prefetto, e ha regalati più e meno tutti i suoi maestri dai quali ha profittato poco. Ma ha avuto il coraggio di restituire al Ministro un orologio che gli avea imprestato, e che avea rotto, e sconcertato senza farglielo accomodare, e senza regalargli un quattrino. Tutto questo mi conferma nell’opinione, che andrò presto in ruina. L’ho avvisato di questo, e molte altre cose. Per altro se saprà valersi del suo nel volto è assai disinvolto, e pulito, e farà buona figura. Nell’anni non ha profittato nulla. Il cielo lo assista. 

Nel 1783 volò sul pallone fatto a sue spese, e fu il primo aereonauta italiano e fece coniare una medaglia d’argento.

Compendio de vita et moribus dei collegiali stati sotto di me don Bonaventura Corti rettore, 1777 – 1805. AsFSC, 21.10.1

Nato come ritratto di Ippolito Maleguzzi, un giovane collegiale che aveva meritato il ritratto perché era divenuto principe dell’Accademia interna, questo dipinto venne ritoccato in data imprecisata, forse in occasione delle celebrazioni ottocentesche in onore di Paolo Andreani: non avendo un ritratto della persona da celebrare ne fu adattato uno di epoca coerente. 

https://archive.org/details/discorsoandreani00arman

Alla didascalia fu sovrapposta un’altra scritta (“Cav. Paolo Andreani milanese alunno del Collegio San Carlo 1781”) che lo identificava proprio con il giovane conte milanese il quale, tuttavia, non divenne mai principe e non ebbe di conseguenza diritto ad un suo ritratto al termine degli studi.  

Il dipinto fu descritto come ritratto di Andreani nella prima schedatura della Soprintendenza del 1938 e, successivamente, fotografato ancora con la scritta posticcia durante la seconda campagna di schedatura del 1975. Il restauro successivo ha restituito il volto al giovane Maleguzzi. 

Capitolo 2

Fra gennaio e febbraio 1781 Andreani scrive spesso al fratello, non di rado sollecitando l’invio di denaro. È a Modena e partecipa alla vita collegiale: è la sua penna ad aprire le finestre dell’antico istituto offrendoci note di vita quotidiana, brani da un diario di prima mano.  

Modena, 8 aprile 1781. […] L’altra notte a dieci ore in circa pomeridiane si è sentita una scossa di tremoto la quale non hà cagionato verun danno, ne timore, essendo stata non gagliarda. 

Gestisce da lontano affari di famiglia come il ventilato acquisto di casa Diotti (l’attuale sede della Prefettura di Milano), non andato a buon fine, e in questo, come in altre faccende del suo casato, l’impressione è che tratti alla pari col fratello o addirittura detti le condizioni. 

In quest’anno scrive spesso a proposito di una casa, di un servo da riammettere a servizio, di un amico che si vuole allontanare dal seminario: la sua testa, il centro dei suoi interessi è a Milano e alla città lombarda paragona tutto ciò che vede e che vive.  

Il 22 giugno 1781, come sempre noncurante delle limitazioni sugli spostamenti che il Collegio impone agli allievi, è a Parigi, per rientrare subito dopo e partire con il Collegio per la villeggiatura. 

Sorbara, 22 luglio 1781 – io mi rittrovo in Campagna col Collegio da 8 giorni. Il secondo di nostra venuta abbiamo sentito una scossa di tremuoto terribile, ma senza danno.  

Nel frattempo, però, gli insegnanti del Collegio stanno lavorando perfino su un alunno riottoso e il suo italiano va lentamente migliorando. Il rettore Corti, uomo di grande cultura e di carattere, ha in parte ragione della sua indisciplina e riesce ad ammorbidire le sue posizioni: 

Modena, 5 ottobre 1781 – […] giacché vedo che per ora non posso avere la pace desiderata, e accomodati tutti gli affari, e stante che l’aria di Modena per me nasce salubre, converrà trattenersi ancora per lungo tempo.  

Capitolo 3: la scienza dei libri proibiti

Tuttavia, l’erudizione che il Collegio gli offre non gli basta: vuole affrontare la fisica, la matematica e altre materie di suo interesse attingendo a tutte le fonti possibili, anche quelle proibite. Così scrive nientemeno che a Papa Pio VI Braschi: 

2 dicembre 1781 – Beatissimo Padre. Il Conte Paolo Andreani Patrizio Milanese, umilissimo Oratore della Signoria Vostra a’ suoi Santissimi piedi umilmente prostrato […] per sua maggiore erudizione, e profitto, bramerebbe di leggere tutti que’ libri proibiti che potessero giovare al suo sì giusto intento. Ricorre quindi all’innata Clemenza, e bontà, della Signoria Vostra, perché voglia degnarsi di concedergli la necessaria licenza sua vita natural durante. 

Viene autorizzato da un gesuita 

 a tenere presso di sé e leggere libri proibiti trattanti di Politica, Giurisprudenza, Filosofia, Matematica, Grammatica, Poesia, Retorica, e Storia sacra e profana. Eccetto astrologia […] e opere di Nic. Machiavelli  

oltre ad altre opere che rimangono proibite, come La filosofia della Natura di T. Lucrezio Caro. 

Frontespizio dell’edizione dell’opera di Lucrezio Della natura delle cose nell’edizione del 1765 posseduta dal Collegio 

Chiede e insiste per andare alla Real Accademia di Torino a concludere la sua formazione, impaziente di spostarsi da Modena: l’ultima lettera dal Collegio S. Carlo è del 3 febbraio 1782. Non ottenendo licenza per Torino inizia a peregrinare senza sosta: scrive da Genova, Venezia, Innsbruck, Monaco e Vienna, dove rimane a lungo nell’autunno 1782. 

Paolo è affamato. Mentre continua a condurre affari e spendere denaro con molta disinvoltura, punta sempre più l’attenzione su quella che sarà la sua grande impresa. Per poterla realizzare, però, ha bisogno di artigiani abilissimi: li trova nei fratelli Carlo Giuseppe, Agostino e Giuseppe Gerli.

In “The history and practice of aerostation”, edito nel 1785, il fisico napoletano Tiberio Cavallo scrisse del suo primo esperimento: 

La possibilità di costruire una nave aerea che, riempita di aria infiammabile, potesse ascendere nell’atmosfera, mi venne circa otto anni fa [1777], quando cominciai a studiare l’aria e altri fluidi elastici. Ma solo nel 1782 riuscii a realizzare questo esperimento; e l’unico successo che ottenni fu con delle bolle di sapone che, riempite di gas infiammabile, ascesero rapidamente nell’atmosfera. Esse sono state, in sostanza, i primi palloni ad aria infiammabile mai realizzati. 

Fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Settecento gli esperimenti per trovare l’equilibrio, le misure, i materiali ottimali per il pallone, le forme migliori e le modalità per governare direzione e altezza, nonché i test con il gas infiammabile (che ancora non era chiamato idrogeno) o con l’aria calda si succedettero a ritmo serrato. 

Ascension exécutée par Jacques Charles dans la Prairie de Nesles, le 1er Décembre 1783, da Gaston Tissandier, Histoire des ballons et des aeronautes celebres … t.1, Paris : H. Launette & cie, 1887

Il 4 giugno 1783 i fratelli Montgolfier fecero la prima dimostrazione di volo con aerostato ad aria calda, ripetuta il 19 settembre dal cortile di Versailles. Il gallo, l’anatra e la pecora caricati a bordo scesero illesi: era tempo di tentare con un equipaggio umano. Al celebre primo volo parigino del pallone ad aria calda con persone a bordo, effettuato il 21 novembre 1783, seguì dieci giorni dopo un secondo esperimento condotto da Jacques Charles e Nicolas-Louis Robert con pallone a idrogeno, alzatosi anch’esso sopra Parigi e finalmente governabile anche in altezza. 

La febbre dell’aria stava contagiando mezza Europa, tanto che il canonico Carlo Castelli era riuscito a stampare una rivista, il “Giornale Aerostatico”, che uscirà in solo tre numeri dal gennaio al marzo 1784: fu chiusa per volere degli austriaci che governavano Milano e che non gradivano gli esperimenti in questo settore. 

Scopri gli Opuscoli di Agostino Gerli, 1785

Capitolo 4: la preparazione

In Italia, il 13 dicembre 1783 il canonico Veneziani sperimenta un palloncino ad aria infiammabile, facendolo alzare da Piazza Castello a Milano. Tuttavia, il piccolo pallone diviene presto ovale, si sposta in orizzontale e risulta ingovernabile. I fratelli Gerli, presenti all’esperimento, ne concludono che la forma sferica sarebbe stata l’unica in grado di bilanciare l’aria interna e le perturbazioni esterne e che un peso, seppure di lieve entità, applicato in basso sarebbe stato sufficiente per rendere governabile il pallone. 

Così gli stessi Gerli provano prima un pallone in carta di Cina, poi un secondo di diametro di tre braccia milanesi e, alzatolo da una piazza in centro a Milano, riescono a pilotarlo. La buona riuscita li convince d’essere sulla strada giusta. 

A. Guillemard, Medaglia commemorativa del primo volo italiano in aerostato, recto e verso
Calcografia in apertura de Il viaggio aereo dell’illustre cavalier milanese don Paolo Andreani esposto dal canonico Carlo Castelli, Milano 1784  

La svolta arriva con l’incontro con una personalità fuori dal comune come Andreani, capace di riunire in sé le possibilità di un generoso finanziatore, sebbene a spese altrui, la passione per la fisica e una buona dose di intraprendenza.  

Relazione della macchina aereostatica contenente uomini fatta innalzare per la prima volta in Italia nel giardino della Villa Andreani in Moncucco sul milanese il giorno XXV di febbraio, indi più solennemente il giorno XIII di marzo M.DCC.LXXXIV 

[…] Per quanto ardente fosse la nostra brama, ci sarebbe convenuto restar paghi con quelle picciole Macchine, che ideammo, e mandammo all’aria in varie occasioni, se la generosità del Signor Don PAOLO ANDREANI non ci dava il mezzo di effettuarne la sperienza con una di molle si ragguardevole, che occuperò forse uno de’ più distinti luoghi nella storia di questa invenzione

Andreani commissiona un pallone in grado di portare tre persone.

Capitolo 5: il volo

Il 13 febbraio 1784 Andreani è a Parigi, dove avrebbe voluto sposare una ragazza che non incontrava l’approvazione della famiglia. Torna subito dopo a Milano, dove inizia la preparazione vera e propria.  

La mongolfiera viene assemblata in soli 24 giorni. È composta da un involucro sferico in tela, rivestito all’interno di carta e racchiuso in una rete alla quale è appesa una navicella di vimini destinata ad ospitare gli esploratori. I primi esperimenti vengono condotti nel giardino della villeggiatura della famiglia, a Moncucco di Brugherio, presso Milano, nella villa del fratello Gian Mario, fra il 24 e il 25 febbraio.  

Per il gran giorno, il 13 marzo, vengono invitate le autorità e la popolazione, ma insorgono problemi di natura politica legati all’astio austriaco per questi esperimenti. Il più evidente è il diniego dell’imperatore Giuseppe II: presente in Milano in quei giorni, viene invitato all’evento ma declina ritenendo sconveniente, per un monarca, assistere al probabile suicidio di un proprio suddito.  

Più nascosta, ma non meno d’impatto, è la defezione dei fratelli Gerli: forse per l’azione della polizia imperiale, o forse per i 200 zecchini promessi dal ministro plenipotenziario conte di Wilzeck, i costruttori del pallone all’ultimo momento abbandonano Andreani. Il conte non si perde d’animo: 

trovò due falegnami decisi a seguirlo e li incuorò con tre bottiglie di vino di Borgogna che soffocarono l’inquietudine del core. […] Le tre bottiglie di Borgogna fecero il loro effetto, e ben se ne accorse l’Andreani per la torpida stupidità ch’era ne’ suoi compagni, mentre saliva in alto. A mezzodì del 13 marzo… si cominciò a gonfiare il pallone con fascetti di legna e paglia accesi e in 15 minuti l’operazione era compiuta. Salirono nella navicella, coll’Andreani, i due giovani Gaetano Rossi e Giuseppe Barzago. L’animoso aeronauta ordina di tagliare le funi, e il pallone, al suono di una tromba, sale lentamente. 

Fratelli Gerli, Discesa della macchina aereostatica, da A. Gerli, Relazione della macchina aereostatica, Parma 1785
Scopri Il viaggio aereo dell'illustre cavalier milanese don Paolo Andreani, Carlo Castelli, 1784

Capitolo 6: la corsa all’aria della nobiltà europea

Il 6 luglio 1784 Paolo scrive al fratello da Parigi.  

Lo informa, fra le altre cose, che ci sono in cantiere due nuove macchine aerostatiche, una alla specola sotto la direzione dell’abate Miolan, e l’altra a due leghe da Parigi, a St. Clou, sotto la direzione del Sig. Robert. Andreani è ormai un esperto e la sua comunicazione è precisa. 

Il primo pallone, ad aria rarefatta, è stato costruito a spese di una associazione e partirà con tre o quattro persone a bordo la domenica successiva; misura di 68×96 piedi di diametro. Il secondo, ad aria infiammabile, è stato commissionato dal Duca di Chartres e misura 52×20 piedi, ma non è stata ancora fissata la data di partenza. Paolo ne nota le caratteristiche: 

La figura di quest’ultima è in tutto singolare, giacché ella è presso che un cilindro al traverso. Il Signor Duca istesso si assicura che la possi montare… Quello che è certo, che i Signori che hanno travagliato alla costruzione, pretendono aver rittrovata la direzione, ed attendono il sud-Est – per trasportarli a Londra, dove hanno annonziata la loro venuta. Molti sono li increduli. Io stimo moltissimo il Signor Robert per avervi fede, ma l’altro giorno mi ha un poco sorpreso, avendo letto alla Accademia delle Scienze (dove mi trovava io pure) una memoria, sopra un picciolo ballone di aria atmosferica contenuto nel grande di aria infiammabile, per facilitare a piacere la discesa e l’ascesa, la qual invenzione che si approppriava a sé, erano già sei mesi che il Signor Mausnier mio gran Amico aveva pure letto alla stessa Assemblea. 

Scrive con passione. Riporta che in Francia non si parla d’altro e che stanno progettando un pallone enorme che possa sollevare una galleria grande come una casa in affitto con duecento persone, un capitano, un governatore… 

Una lettera successiva, datata 17 luglio 1784, descrive la disastrosa ascesa da St. Clou della macchina aerostatica del Duca di Chartres, cui assiste di persona. 

Mort de Pilatre de Rosier et de Romain, litografia a colori, XX sec.

L’impresa delle macchine aerostatiche ha un’eco enorme in tutta Europa e la celebrazione di queste avventure e delle personalità che sperimentano, studiano e finanziano la loro costruzione rimbalza da un capo all’altro del vecchio continente.  

L’arrivo a Calais di Jean Pierre Blanchard e John Jefferies dopo aver attraversato la Manica in un pallone a gas, 7 gennaio 1785, stampa 

Ad un secolo di distanza l’impresa del pallone torna perfino nella Cronistoria dei teatri di Modena, dove viene ricordata in questi termini: 

Vacanze del Carnevale 1784 – Appena fu nota la scoperta di Mongolfier relativa agli aerostati, i Convittori studenti di filosofia diretti dal loro istitutore Abate Gio. Battista Venturi ne formarono soggetto de’ loro studi. Nel dopopranzo del 10 febbraio 1784 il Convittore Conte Leopoldo Cicognara Ferrarese poté quindi leggere una dissertazione in cui, esposti li pensamenti degli antichi filosofi su l’arte di volare, venne poscia a parlare della moderna teoria sui palloni, mostrandola con pratiche sperienze. A tal fine formata l’aria infiammabile alzò replicatamente nella sala maggiore del Collegio un piccolo pallone con piacere non ordinario delle colte persone ivi convenute. 

Il Collegio S. Carlo decise di omaggiare di nuovo il suo brillante allievo dedicandogli il discorso d’apertura dell’anno scolastico, nel 1886.  

La fotografia in pallone, da un articolo di H. De Graffigny, Revue Eneyel., 27 maggio 1899

La fotografia aereostatica può considerarsi come recentissima, perché la sua riuscita dipende essenzialmente dalla sensibilità delle lastre che attualmente si usano, e la cui impressione è istantanea. È interessante passare in rassegna le tappe principali per cui passò questa speciale applicazione dell’arte fotografica. 

Il primo che tentò di prendere delle vedute dalla navicella di un pallone fu il celebre fotografo Nadar padre. Allora, cioè ne 1868, il materiale aereostatico era molto difettoso e per la fotografia si adoperavano le lastre al collodio; perciò, i risultati ch’egli ottenne, sebbene interessantissimi in ragione delle difficoltà sormontate, furono molto imperfetti. Né più brillanti furono i successi del Dragon, che dieci anni più tardi tentò anch’egli la prova, dalla navicella del grande pallone frenato del Giffard. 

Nel 1879, il Triboulet, in un’ascensione compiuta con Jovis, prese parecchie vedute; ma quando scese a terra, in piena Parigi, sul quai dell’Hotel-de-Ville, una guardia daziaria troppo zelante, per assicurarsi che la navicella non contenesse roba soggetta a dazio, tirò fuori le lastre impressionate, le quali naturalmente annerirono, sicché non si poté sapere se l’esperimento fosse riuscito o no

Paolo Desmarets nel 1880, e nel 1883 l’inglese Shadboldt ottennero delle prove meno imperfette; ma il problema della fotografia in pallone non fu risolto definitivamente che nel 1885, grazie all’uso delle sensibilissime lastre alla gelatina-bromuro di argento. Il 19 giugno di quell’anno, durante una ascensione diretta da Gastone Tissandier, il Ducom eseguì, ad altezze varianti fra 600 e 1000 metri, delle fotografie in cui tutti i particolari del paesaggio riuscirono riprodotti con una nitidezza meravigliosa. Il 14 luglio dello stesso anno, un fotografo di Nantes, il Pinard, prendeva, dalla navicella di un pallone, quattro belle vedute di questa città e de’ suoi dintorni; e pochi giorni dopo, il Renard, direttore dell’Istituto Aereostatico militare di Calais, accompagnato dal capitano Georget, otteneva anch’egli risultati soddisfacentissimi. 

Nel 1886, il Nadar figlio riprese lo studio iniziato da suo padre, e in due viaggi aerei compiuti sotto la direzione del Tissandier, ottenne delle vedute molto nitide di Parigi, Sèvres, Versailles, Bellème (Orne), e delle rive della Marna, presso Champigny. 

L’utilità della fotografia aerea fu subito compresa dallo stato maggiore francese, e il maggiore Fribourg, capo del servizio fotografico dell’esercito, eseguì parecchie ascensioni libere per prendere delle vedute planimetriche o panoramiche, e le prove riuscirono ottimamente. Da quella volta in poi, la maggior parte degli ufficiali del genio chiamati a prestar servizio nei parchi aereostatici si esercitarono in questo studio, e ogni compagnia di specialisti aerostatieri possiede una raccolta di fotografie prese dal pallone, libero o frenato. 

Gli aeronauti civili si misero a gareggiare coi militari, e fra quelli che più si distinsero vanno nominati Giorgio Besançon, il noto fotografo parigino Liébert, Ed. Surcouf, Gourier, e altri [compresi dilettanti]. 

[…] Nelle esplorazioni militari, siccome un pallone frenato sarebbe esposto ai colpi del nemico, si è trovato che si poteva fare a meno di arrischiare la vita di un ufficiale per prendere la veduta dei punti pericolosi: basta un semplice palloncino di pochi metri cubi di volume per sollevare la macchina fotografica all’altezza voluta; l’otturatore si fa scattare per mezzo di una molla comandata dall’elettricità o da un congegno di orologeria. Il palloncino stesso, poi, è stato sostituito da un apparecchio più semplice, un cervo volante di media grandezza; con siffatti apparecchi, che sollevano la macchina fotografica fino a 150 o 200 metri di altezza, Arturo Batut e Lawrence Rotche hanno ottenuto prove eccellenti. 

Felix Nadar, Autoritratto, 1860 ca. 

Capitolo 7: l’America

Comprendiamo gli altri nella misura in cui assomigliano al nostro Io, alla nostra esperienza acquisita, al nostro stato d’animo, al nostro ambiente, al nostro universo mentale. Noi possiamo comprendere soltanto quello che, in misura abbastanza ampia, è già nostro e a noi vicino […]. Più la parte dell’ “Altro” andrà accrescendosi a spese della categoria dell’Io, come quando il documento ci giunge da un passato più lontano o da un ambiente più esotico, più la comprensione diverrà difficile, rischiosa, parziale 

Non pago dell’avventura nell’aria, Paolo Andreani nell’estate del 1790 si imbarca per un viaggio che lo porta fino ai territori orientali degli stati degli Irochesi, risalendo l’Hudson e il Mohawk.  

Di questa avventura tiene un diario meticoloso nel quale si intrecciano osservazioni naturalistiche e paesaggistiche con appunti sulla rivoluzione americana, la politica dei nuovi stati, nonché sui popoli nativi – in particolare gli Oneida e Onondaga, che visita di persona. Conosce e frequenta Washington, Jefferson e Adams, scrivendo numerose lettere che integrano le osservazioni contenute nel diario. 

Torna in Europa solo nel 1812, dopo aver attraversato i Caraibi.  

Perso progressivamente l’uso delle gambe, dilapidato il patrimonio di famiglia, Andreani è atteso in patria da numerosi creditori e dagli austriaci che non hanno gradito le sue simpatie verso gli ideali illuministi e gli Stati Uniti. Non rientra dunque a Milano ma si stabilisce a Nizza, dove morirà nel 1823. 

Peter Newhouse ph., Capo Onondaga, 1884, Park & Co. Library and Archives Canada, Brandford, Ontario 
Jean de Lamberville cacciato dagli Onondaga, in E. Ollier, Cassell’s history of the United States, vol. 1, London, Paris & New York 1874