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Bonaventura Corti

Nasce a Viano di Scandiano (Reggio Emilia) il 26 febbraio 1729. Rimane orfano a 11 anni e inizia a studiare nel Seminario collegio di Reggio Emilia, retto dai padri gesuiti. Ordinato sacerdote, ottiene un posto nello stesso collegio come lettore di metafisica e di geometria. Qui conosce il collega Lazzaro Spallanzani che vi insegna logica, matematica, greco e francese e, in contemporanea, insegna fisica nella neonata Università reggiana.

Corti educatore: il collegio e il mondo che cambia

Nel 1777, chiamato dal duca Francesco III d’Este a dirigere il Collegio dei Nobili di Modena, Corti accetta. Il 22 ottobre di quell’anno viene presentato ai convittori da Gherardo Rangoni, soprintendente governativo al Collegio dei Nobili, consigliere e segretario di Stato. Corti è consapevole di dover ereditare una situazione complessa lasciata dal suo predecessore, don Giuseppe Boccolari.

Abbandona, non senza rammarico, gli studi autonomi che conduce a Reggio Emilia – commenterà più volte con amarezza il forzato allontanamento dai suoi microscopi – e si dedica quasi completamente alla gestione del Collegio.

La situazione economica non è rosea: a Corti spetta il compito di riassestarlo dopo le ultime gestioni poco fortunate e si troverà a dover affrontare, suo malgrado, altre e più complesse urgenze. Sarà infatti compito suo provare a preservare un istituto antico fra le mille difficoltà della dominazione francese che guardava con sospetto tutto quanto era legato alla nobiltà e alla conservazione dei privilegi.

Di fronte a questo doppio ordine di problemi e alle incertezze della politica Corti, da uomo razionale, affronta la gestione del Collegio come aveva affrontato le sue ricerche: con metodo, dedizione, consapevolezza, lasciando in registri, carte, appunti personali uno spaccato di vita della nobiltà del tardo Settecento di rara lucidità.

Focus: la passione per lo studio e la fatica della rinuncia

Che dell’anno 1777 (il sottoscritto Bonaventura Corti) fu costretto per ubbidire agli ordini del ex duca di abbandonare la propria città e collegio ove era istallato, e con discapito anche alla salute prepa(ra)rsi alla Carica di Superiore e Guardiano (del Collegio dei Nobili)… Non ha cessato per tutto il tempo di tal sua carica che certo esige il più esatto contegno di procurare tutti que’ mezzi, che ha creduto più opportuni e giusti, e convenienti per il miglior regime economico e decoro del collegio affidatogli, che niuno poi ignora a qual’apice di floridezza s’era condotto traendolo dallo stato deplorabile in cui giaceva (AsFSC 13.2.2 p. 29)

G. de Brignoli, Dell’abate Bonaventura Corti, in Notizie biografiche in continuazione della biblioteca Modonese di Girolamo Tiraboschi, vol. II, Reggio Emilia 1834.

Dovetti ubbidire. Lasciai dunque forzatamente l’impiego del Pubblico Collegio di Reggio, quello della Duchessa: rinunciai la mia Chiesa, ed altre aziende, da cui profittava: abbandonai i miei carteggi filosofici, che teneva a Parigi, a Londra, a Ginevra ecc., e venni a seppellirmi a Modena il giorno 15 ottobre 1777.

ambito modenese, Ritratto di Bonaventura Corti, ante 1798 – Fondazione Collegio San Carlo, corridoio dei Rettori

Focus: le panche della chiesa e i soldati francesi

Giuseppe Bianchi, modello per le nuove panche per la chiesa di San Carlo, 1770 – Archivio Storico della Fondazione San Carlo, 22.7.1 fasc. 2

Non c’è (quasi) chiesa senza panche per i fedeli, ma la vicenda dei banchi della chiesa di San Carlo merita d’essere raccontata.

In vista dell’apertura della chiesa al culto, i Padri della Congregazione della Beata Vergine di San Carlo si preoccuparono di commissionare dei sedili per far accomodare i fedeli e si rivolsero per questo al falegname, o maestro d’ascia, Pietro Giovanni Adami. Era il 1676. La Congregazione pagò, per l’insieme delle panche, una cifra consistente: 1150 lire e 15 centesimi. Vent’anni più tardi, nel 1697, presumibilmente per continuare a finanziare la costruzione e la decorazione della chiesa – mancava tutto l’apparato decorativo dell’altare maggiore – la stessa Congregazione decise di avviare la vendita delle panche e allo scopo stampò dei foglietti che sono delle vere e proprie ricevute. La vendita delle panche proseguì fino agli anni Sessanta del Settecento.

Nel 1770 la cupola provvisoria della chiesa crollò, per fortuna senza ferire nessuno. Il danno fu notevole: distrusse parte del pulpito e naturalmente tutti i banchi seicenteschi che si trovavano, per la maggior parte, collocati proprio sotto la crociera.

Fu necessario ricominciare da capo. Il pittore di casa, Giuseppe Bianchi, venne invitato a disegnare un nuovo modello di banco con inginocchiatoio. Ottenuto e approvato il disegno, venne indetta una vera e propria gara d’appalto alla quale parteciparono ben sette artigiani i quali consegnano le loro offerte, in busta chiusa, nelle mani del Cancelliere della Congregazione.

Scartate le offerte più costose o le soluzioni con progetti più lontani dal modello, alla fine venne scelta la proposta del falegname Silvestro Bertelli che, nell’aprile del 1780, ricevette la commessa ufficiale.

Tuttavia le famiglie che avevano acquistato, nel corso del secolo, il banco avevano perduto la loro proprietà e così si affissero alla porta e ai pilastri della chiesa degli avvisi per richiamare chi volesse riacquistare il banco. Molte famiglie rinnovarono il possesso, aggiungendo una nota manoscritta alla ricevuta dell’acquisto precedente il crollo. Durò poco: nel 1799 il rettore della Congregazione e del Collegio, proprio quel Bonaventura Corti che tanto ebbe a litigare con i vari governi dell’epoca napoleonica per difendere il Collegio in ogni modo, si trovò di nuovo a discutere e, cercando di evitare che i soldati di stanza a Modena entrassero in chiesa e la occupassero facendo il comodo loro, visto che il culto era stato ufficialmente abolito, riuscì a contrattare e a collocarli nell’oratorio del Rosario accanto alla chiesa. La sistemazione non fu indolore: fu costretto a cedere le panche perché i soldati se ne facessero un giaciglio, un trattamento che, naturalmente, determinò in seguito la necessità di un nuovo ordine di panche per la chiesa.


Corti scienziato: un uomo fuori dal comune

Bonaventura Corti

Un celebre osservatore, a cui ho comunicate queste mie cose è di parere, che molti negheranno i fatti, perché non giungeranno a vederli

Il duca, sovrano autoritario ma accorto, è consapevole che il parassita del grano costituisce un grave problema perché può compromettere interi raccolti, con pericolose conseguenze economiche e sociali.

Corti approccia il problema non cercando la cura, ma indagando le cause: studia per un anno intero il ciclo riproduttivo di questi parassiti legato al loro intervento nefasto sia sul grano in erba che sul grano maturo, ne scopre il punto debole e arriva a comprendere come eliminare il parassita stesso prima che attacchi il grano. Agisce, in poche parole, sulla prevenzione.

Bonaventura Corti, Osservazioni microscopiche sulla tremella, Lucca 1774, tavola 1

Per arrivare a questi risultati fa tesoro di anni di osservazioni metereologiche che aveva compiuto pazientemente in terra reggiana e che gli erano serviti per capire il nesso fra tempo atmosferico, coltivazioni, abbondanze e carestie, associando così i dati raccolti durante i suoi studi precedenti.

Scienziato sperimentale e osservatore acuto, curiosamente Corti non adotta il sistema classificatorio di Linneo lasciandoci un corredo di nomi poco sistematici ma suggestivi: troviamo, affrontati con piglio da studioso, indicazioni sui parassiti del grano che però chiama familiarmente “animaluzzi” arrivando poeticamente a descrivere i batteri come “punti matematici animati”.

Focus: uscire dalla caverna

Alfonso M. Iacono (professore di Storia della filosofia – Università di Pisa), Uscite dalla caverna. La naturalizzazione della conoscenza nelle relazioni di potere, conferenza tenuta presso la Fondazione Collegio San Carlo il 3 novembre 2006

Focus: il cammino degli invisibili

Parte della storiografia positivista non ha determinato intenzionalmente l’invisibilità di molti scienziati dell’Ancien Régime ma ha, in qualche modo, elaborato le condizioni perché si creasse il cono d’ombra da cui solo ora alcune figure stanno emergendo.

I primi storici delle discipline scientifiche furono essi stessi scienziati e la categorizzazione dei risultati ottenuti, scambiata a lungo per l’unica storia della scienza possibile, ha determinato come conseguenza, in un crescendo positivo, l’oblio delle molte figure che hanno contribuito a piccoli passi al raggiungimento di questi stessi risultati. Sono figure segnate da carriere non dedicate, da ombre di dilettantismo o dall’aver comunicato e diffuso anche dubbi, errori, false piste rivalutate dalla storiografia contemporanea come tappe fondamentali nel cammino della scienza.

Maria Teresa Monti, Marc J. Ratcliff

Estremamente abile nella gestione delle conseguenze delle esperienze, Corti fu un artista a partire dalla procedure, un maestro del metodo sperimentale e più in generale della dimensione operativa nella scienza. […]
Con l’entusiasmo del neofita e la fortuna insolente dell’amatore che non aveva mai maneggiato uno strumento prima d’allora, egli perviene rapidamente a risultati sorprendenti….

Gli “animaluzzi”. Alle origini della citologia

Il suo secondo ambito d’indagine riguarda l’osservazione della Chara, un’alga d’acqua dolce. Il trattato, approvato nelle sue linee essenziali anche dagli studiosi successivi, sarà poi ripreso e ampliato da Giovan Battista Amici.

Corti, anche per la mancanza di microscopi abbastanza precisi, annota ciò che vede e quello che ne consegue. Nonostante le conclusioni cui giunge, in questo caso, siano errate, l’impostazione del suo metodo di studio si può considerare come il nucleo fondante di un ramo nuovo di esplorazione scientifica, la citologia.

Focus: la scienza degl’infinitamente piccoli

Quando Paolo Bonizzi pronuncia il suo discorso in onore e memoria di Bonaventura Corti è il 1883. Ormai forti di numerosi passi avanti dal punto di vista scientifico, permessi anche da una strumentazione più efficace, gli studiosi ottocenteschi non dimenticano i loro padri, Corti e Spallanzani sopra a tutti. Ne emerge un ritratto fiero, onesto e lucido, di uno studioso appassionato e attento ai risvolti pratici della nascente scienza botanica.

Paolo Bonizzi

[p. 7] E quando, coi più recenti progressi nell’esplorare gli abissi dell’oceano collo scandaglio di Brooke, ogni particella di fango osservata al microscopio si mostrò composta quasi per intiero di foraminiferi e di diatomee, e quando nell’esaminare un numero grandissimo di roccie che formano elevatissime montagne, apparvero ricche delle spoglie fossilizzate di questi esseri, allora la scienza degl’infinitamente piccoli, ci ha rivelato una grande manifestazione della vita, ci ha condotti a riconoscere in essa una delle più potenti forze telluriche.
[pp. 11-12] I Bacteri, questi punti matematici animati, per usare l’espressione colla quale il Corti chiamava tutti gli esseri microscopici piccolissimi delle sue infusioni, i Bacteri sono stati dagli stessi autori che se ne sono occupati ora denominati vegetali crittogamici micoscopi, ora animaletti, ora funghi, ora infusori…
[p. 13] Se dunque gli studi di oltre un secolo hanno vieppiù confermato il pensiero di Bonaventura Corti che coi lumi di una scienza ancora bambina considerò distrutta la barriera che separava le piante dagli animali, noi dovremo riconoscere in lui l’antesignano di questa scienza degli organismi inferiori.

Paola Manzini, Roberto Marcuccio (a cura di), Bonaventura Corti naturalista, educatore, metereologo, 2008

Al “Giornale degli animaluzzi” Bonaventura Corti affidò protocolli di osservazioni microscopiche e abbozzi del trattato mai compiuto su protozoi, metazoi e larve d’insetti. L’edizione critica del manoscritto valorizza l’ampiezza del contributo e offre persino le prove della condivisione materiale del ‘laboratorio’ con un grande eroe delle bioscienze moderne, Lazzaro Spallanzani.