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Trasmetto ciò che sono. L’evoluzione e la genetica

C. Darwin, Taccuini filosofici, 2010, p, 186

Supponi che nascano sei cuccioli e così per caso, su molte centinaia uno nasca con gambe lunghe e nella Malthusiana corsa per la vita, solo due di questi sopravvivono e procreano, se le circostanze lo determinano, quello con le gambe lunghe molto di più dell’altro sopravvive. In diecimila anni la razza dalle gambe lunghe sarà dominante.

1 . La creazione biblica delle specie immutabili

L’arcivescovo siriano Giacomo di Edessa, vissuto fra il settimo e l’ottavo secolo, usò la distinzione aristotelica di genere per separare, come primo gradino, gli animali che nuotano dagli animali che volano. La distinzione del resto derivava dalla Genesi: Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo» (Gn 1, 20). Ma Giacomo mostrò di stupirsi quando constatò che l’indicazione “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”, contenuta nel versetto 22 dello stesso capitolo, proseguiva ininterrotta anche ai suoi tempi: una sorta di creazione continua, il soffio vitale che non era dato una volta per sempre ma rinnovava in ogni era la sua azione.

Piero Stefani (docente di Bibbia e cultura – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano), In principio. La creazione divina nella tradizione biblica, conferenza tenuta presso la Fondazione Collegio San Carlo il 9 ottobre 2012

Tuttavia, superata questa prima difficoltà, un secondo problema si affacciava alle menti degli osservatori della natura i quali, nello stato consacrato come nello stato laico, avevano mantenuto a lungo un’unica posizione: la percezione dell’immutabilità delle specie, perché create come tali fin dall’alba dei tempi, rimase a lungo un dato di fatto, un punto fondante dell’analisi del mondo animale e di conseguenza del mondo vegetale, anche se quest’ultimo non era naturalmente gravato, nelle sue eventuali mutazioni, da problematiche di tipo morale.

Ciò che può sorprendere è la convinta posizione fissista, ovvero l’asserzione dell’immutabilità delle specie, anche in scienziati settecenteschi ai quali dobbiamo invece intuizioni di grande portata e di notevole modernità.

Uno dei convinti fissisti fu proprio Carl Linneus, al quale si deve invece un balzo in avanti di portata storica nella descrizione, quindi nella comprensione e catalogazione, del mondo vegetale. D’altra parte per gli studiosi fino alla metà del Settecento le finalità della Natura erano ancora interamente comprese nello scopo divino proprio perché divina era la generazione dell’intero creato.

Focus: la Creazione, le Creazioni. La dottrina riformata, l’Islam

Fulvio Ferrario (professore di Teologia sistematica – Facoltà Valdese di Teologia, Roma), Tra creazione ed evoluzione. Scienza e fede nelle teologie riformate, conferenza tenuta presso la Fondazione Collegio San Carlo il 27 novembre 2012

La problematica relativa all’evoluzionismo costituisce, per la teologia, un eccellente test. Ciò che qui accade può essere così riassunto. La fede, confessando Dio creatore, afferma che non solo all’inizio cronologico, ma all’origine ontologica dell’universo e della vita, nel cuore dell’infinitesima particella come nelle inconcepibili distese dello spazio e del tempo, vi è la volontà benevola del Padre di Gesù Cristo. La biologia moderna afferma che, in base a tutto quanto consta, ai dati dell’esperienza e alle teorie che li inquadrano con un accettabile grado di verosimiglianza, non è dato vedere alcun progetto. Come è stato affermato con espressioni celebri: certamente il grande orologio dell’universo biologico conosce un progettista, un orologiaio, che però è cieco, non è cioè un’intelligenza suprema, e la grande dinamica che governa la vita nel suo mutare non è guidata dall’Amore che muove il sole e l’altre stelle, bensì dal caso e dalla necessità. Di questo, cioè dell’impatto della teoria sintetica dell’evoluzione sulla teologia cristiana della creazione, dobbiamo occuparci.

Ida Zilio-Grandi (professoressa di Lingua e letteratura araba – Università Ca’ Foscari di Venezia), L’origine del mondo. La dottrina della creazione nell’Islam, conferenza tenuta presso la Fondazione Collegio San Carlo il 13 novembre 2012

Focus: l’animale perfetto

Il dibattito e la convinta difesa della perfezione, ovvero l’idea di fissità della specie perfetta in sé perché creata da Dio, diede come esito nefasto il sospetto verso chiunque fosse “non perfetto”, ivi compresi gli esseri umani, arrivando in alcuni casi ad insinuare dietro ogni eventuale malformazione il sospetto di colpa o di maleficio diabolico.

Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), Système d’Epicure, e-book

Come per l’arte, così anche per la natura la perfezione non è stata l’opera di un solo giorno […] Attraverso quale infinità di combinazioni è stato necessario che passasse la materia prima di arrivare a quell’unica combinazione dalla qual poteva derivare un animale perfetto! Attraverso quante altre essa è passata prima che le generazioni siano potute giungere al gradi di perfezione che possiedono oggi! Per una conseguenza naturale, solo coloro ai quali fortunate combinazioni avranno fornito finalmente occhi ed orecchie esattamente costruite e disposte come le nostre avranno avuto la capacità di vedere, di sentire, ecc.

Focus: l’uomo, l’animale. La téchne come strumento di difesa

L’idea che la Natura non conceda ad uno stesso animale più di un mezzo di difesa efficace è una visione quanto mai diffusa nel pensiero antico: questo fa sì che le specie, almeno in linea teorica, non abbiano un vantaggio sulle altre e non possano annullarsi.

Platone, Protagora, 320d-321b,1966-1996.

Nell’atto in cui gli dei stavano per trarre alla luce quelle stirpi mortali ordinarono a Prometeo e a Epimeteo di distribuire a ciascuno facoltà naturali in modo conveniente. Ora, nel compiere la sua distribuzione, ad alcuni assegnava forza senza velocità, mentre forniva di velocità i più deboli; alcuni armava, mentre per altri che rendeva per natura inermi, escogitava qualche altro mezzo di salvezza. A quegli esseri che rinchiudeva in un piccolo corpo, assegnava ali per sfuggire o sotterranea dimora; quelli che, invece, dotava di grande dimensione, proprio con questo li salvaguardava. E così distribuiva tutto il resto, sì che tutto fosse in equilibrio. Ed escogitò tale principio preoccupandosi che una qualche stirpe non dovesse estinguersi. Dopo che li ebbe provvisti di mezzi per sfuggire le reciproche distruzioni, escogitò anche agevoli modi per proteggerli dalle intemperie delle stagioni di Zeus: li avvolse, così, di folti peli e dure pelli, che bastavano a difendere dal freddo, ma che sono capaci di proteggere dal caldo e tali inoltre da essere adatti quali naturale e propria coperta a ciascuno, quando avessero bisogno di dormire. […]
Solo che Epimeteo, al quale mancava compiuta sapienza, aveva consumato, senza accorgersene, tutte le facoltà naturali in favore degli esseri privi di ragione: gli rimaneva ancora da dotare il genere umano e non sapeva davvero trarsi di imbarazzo. proprio mentre si trovava in tale imbarazzo sopraggiunse Prometeo a controllare la distribuzione: vide che tutti gli altri esseri viventi armoniosamente posseggono di tutto, e che invece l’uomo è nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi: era ormai imminente il giorno fatale, giorno in cui anche l’uomo doveva uscire dalla terra alla luce. Prometeo allora, trovandosi appunto in grande imbarazzo, per la salvezza dell’uomo, rubò a Efesto e ad Atena il sapere tecnico, insieme con il fuoco – ché senza il fuoco sarebbe stato impossibile acquistarlo o servirsene – e così ne fece dono all’uomo.

Focus: l’impronta dell’inutilità

Marco Solinas, L’impronta dell’inutilità. Dalla teleologia di Aristotele alle genealogie di Darwin, 2012

Un contributo alla riconfigurazione storiografica e concettuale della rivoluzione evoluzionistica alla luce della tenuta plurisecolare della tradizione biologica aristotelica. La svolta di Darwin si delinea quale puntuale rovesciamento dell’impianto fissista, essenzialista e teleologico coniato da Aristotele, ancora dominante nel Seicento di Harvey e di Ray, nonostante Galileo, e poi egemone fino a Linneo e Cuvier. Svolta esemplificata dall’analisi morfologica delle parti inutili, come gli occhi ciechi della talpa, tematizzate già da Aristotele, e che Darwin usò quale grimaldello per scardinare il ricorso sistematico alle cause finali. Antica eredità teleologica presente in varie forme nel concetto di selezione naturale, ma ormai calata entro una griglia eminentemente storica e aperta alla casualità.

Marco Solinas

Alberto Magno insiste sul fatto che “l’uomo è il più perfetto di tutti gli animali” riconducendo così la struttura complessiva delle analisi anatomo-fisiologiche aristoteliche all’interno del quadro antropocentrico proprio del cristianesimo” (p. 53). Fu sempre Alberto Magno a conciliare la visione aristotelica con il quadro creazionista: “così come accadde per il cosmo, la forma attuale delle specie viventi venne proiettata sia all’indietro (da sempre – dall’inizio dei tempi), sia in avanti (per sempre – fino alla fine del tempo): restò fissa nel tempo”. Secondo questa visione la natura aborre il cambiamento perché se ogni specie dovesse progredire mediante prole differente questo genererebbe una infinità di mutamenti, ma la natura mira alla perfezione, aborre l’infinito e ama la completezza: “veniva pertanto ad essere esclusa la possibilità che il numero delle specie potesse moltiplicarsi, o invece ridursi, via estinzione

3 . La vitalità del fossile

Come si è visto più volte non solo nella storia della Scienza, i tentativi di ricondurre le evidenze risultanti dalle nuove scoperte entro il quadro di conoscenze e credenze accreditate generarono curiose prese di posizione. Fra di esse emerse, in particolare, la questione relativa ai fossili e ai resti animali che si andavano scoprendo in Siberia e nell’America settentrionale, emersi questi ultimi grazie alle ricerche del barone de Longueuil nel 1739. I resti di mammuth furono forzatamente classificati come appartenenti ad esemplari della specie dell’elefante comune e per spiegare le anomalie dello scheletro si ipotizzò che a questi frammenti si fossero mescolate altre ossa, presumibilmente di ippopotami. Sostenitore di questa tesi fu fra gli altri il conte De Buffon, uno studioso delle cui teorie si interessò anche lo scienziato sperimentale reggiano Lazzaro Spallanzani.

Il dibattito si accese alla fine del Settecento. Se l’evidenza, ormai incontestabile, dell’appartenenza dei resti fossili a specie estinte aveva fatto dubitare della validità della tesi dell’immutabilità delle specie, la questione fu parzialmente risolta con il ricorso alle catastrofi naturali che si succedettero nella storia della Terra e che potevano essere le uniche cause concepibili, data la perfezione della creazione, per l’estinzione di una specie.

Tuttavia i dubbi che venivano sollevati da più parti faticavano sempre più ad essere tacitati. Tuttavia fra concepire la variabilità come progressivo adattamento di una specie al suo ambiente naturale – tesi che iniziava a farsi largo in modo sempre più deciso fra gli studiosi nei primi anni dell’Ottocento – e arrivare ad ipotizzare, con orrore, che potesse esserci un progenitore comune a più specie il passo era ancora davvero troppo lungo.

Darwin riuscì a comprendere che l’origine da un’unica specie così come giustificava la presenza degli “organi inutili” in molti animali, allo stesso modo demoliva l’idea, sopravvissuta per millenni prima negli scritti filosofici e poi nella tradizione cristiana, di una causa finale verso cui tutto concorre. Occorreva però ammettere alcuni passaggi difficili da accettare, per esempio la casualità dei cambiamenti adattativi e la conseguente selezione naturale delle mutazioni, un ramo ulteriore di indagine aperto da un abate agostiniano di origine ceca, il biologo Gregor Mendel.

C. Darwin, Taccuini filosofici, 2010

Ho… talora parlato come se le variazioni… fossero dovute al caso. E’ questa naturalmente una espressione del tutto inesatta, ma essa serve a riconoscere candidamente la nostra ignoranza sulla causa di ogni variazione particolare.
Giorgio Manzi (professore di Paleoantropologia – Università di Roma “La Sapienza”), Alle origini di Homo e delle grandi diffusioni della preistoria, conferenza tenuta presso la Fondazione Collegio San Carlo il 7 ottobre 2019

Focus: il neo-darwinismo di Waismann

Università popolare lezione L° (Pietro Costa Giani, Memorie del Collegio, 1907, p. 266)

11 Maggio 1907 – Il chiarissimo Prof. Macchiati ha tenuto jeri sera la sua lezione “sul neo – darwinismo del padre gesuita Wasmann”. Il Conferenziere svolse il suo tema con quell’acume di osservazioni che gli è proprio e con quella competenza che ha in materia di studi sulla Storia Naturale e fece conoscere le differenze che esistono fra le opinioni scientifiche sull’uomo del Darven [sic] in confronto a quelle del padre Wasmann. La dotta lezione ascoltata con vivo interessamento del colto pubblico procurava al lettore caldissimi applausi.

Focus: le origini dell’eugenetica

Luciana Ceri, Etica ed evoluzione: la filosofia di Spencer  e le origini dell’eugenetica, 2013

Quale rapporto c’è tra etica e scienza? È possibile una fondazione scientifica dei principi morali di condotta? Il libro affronta queste domande attraverso l’analisi critica dell’etica evoluzionistica di Spencer, della sua versione “liberale” dell’utilitarismo e delle obiezioni sollevate da chi, come Sidgwick, Huxley e Moore, difende l’autonomia dell’etica e la sua irriducibilità alle discipline scientifiche. Viene poi esaminata la relazione tra la filosofia spenceriana e il progetto eugenetico di “coltivazione” della specie umana, elaborato da Galton e difeso da Saleeby nel tentativo di conciliare evoluzione naturale ed evoluzione morale dell’uomo. Tale tentativo appare peraltro vanificato dalla polivalenza morale dei caratteri umani fisici e mentali, una riflessione sulla quale è utile per delineare il rapporto tra la sfera dell’etica e quella della scienza e definire i limiti del contributo che l’indagine scientifica può dare in ambito morale. Se infatti è condivisibile l’idea che la scienza possa contribuire alla comprensione di ciò che non può essere oggetto di prescrizioni morali, è invece opinabile la pretesa di trarre dalle conoscenze scientifiche conclusioni su ciò che è moralmente giusto e sbagliato.

4 . L’evoluzionismo e la geologia: un contrasto risolto dalla radioattività

C’erano, in più, altri ordini di problemi che non riguardavano strettamente la sfera della biologia. Per poter ammettere l’evoluzione delle specie e soprattutto i lentissimi passaggi della selezione naturale era necessario che la Terra esistesse da un lasso di tempo sufficiente. La polemica fra la nascente geologia da una parte, liberatasi dalle età stabilite su base biblica e in mano ai calcoli di Kelvin e della termodinamica per una buona parte dell’Ottocento, e dall’altra lo stesso Darwin fu risolta dopo la morte di quest’ultimo, grazie alle scoperte relative ai sali di radio di Pierre Curie e Albert Laborde e ai successivi esperimenti e calcoli sul decadimento dei materiali radioattivi: siamo ormai alle soglie del Novecento.