logo matrice logo matrice
    Home
  • >
  • storie
  • >
  • La natura dalla contemplazione alla catalogazione

La natura dalla contemplazione alla catalogazione

Carl Von Linné, Il sonno delle piante

Sin dai remoti tempi di Aristotele, gli studiosi della Natura si sono occupati assiduamente di botanica, compiendo tali progressi da non lasciare quasi ambiti inesplorati. Si sono prodigati nel disegnare le piante, nel descriverle e nel definire sistemi e criteri he le ordinino: senza una suddivisione in classi, ordini, generi e specie, a stento, e forse neppure a stento, le piante sarebbero infatti riconosciute e distinte.

1 . Lo sguardo disincantato del Nord Europa

Bestiari ed erbari medievali avevano classificato il vivente sulla scorta della visione aristotelica della natura e mescolando realtà, conoscenza, credenze, finalità vere o supposte, giudizi morali. Molte credenze legate alle piante rimasero, e sopravvivono tuttora, nella cultura popolare, talvolta associate all’idea dell’influenza divina o a particolari fenomeni atmosferici.

Perché un risveglio di consapevolezza raggiungesse anche i territori esterni ai chiostri fu necessario attendere almeno la metà del Quattrocento. E’ in questo momento che inizia a farsi strada, come primo punto di rinascita delle scienze della vita, l’osservazione diretta che, attraverso le arti, diventa racconto.

Il grande artista tedesco Albrecht Dürer, vissuto a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento e a metà fra la tradizione nordica e la fascinazione del Rinascimento italiano, fu tra i primi ad illustrare il dato di natura con una nuova consapevolezza. Forte di una tecnica sopraffina, Dürer applicò la minuzia lenticolare della descrizione del dato di natura propria dell’arte tedesca e fiamminga al respiro tridimensionale e unitario dell’arte italiana, restituendo opere di grandissima qualità perfino quando ritraggono conigli, piante, o altri piccoli o grandi animali.

Nel suo caso siamo di fronte ad un autore di altissimo livello la cui qualità intrinseca si applica, per tecnica e riflessione teorica, anche ad un campo apparentemente marginale come l’illustrazione scientifica. Eppure il suo non è che il caso più eclatante, e forse fra i più conosciuti, del passaggio dagli erbari medievali, accompagnati da tavole animate più dalla tradizione e dai simboli che dall’osservazione, a lavori rinascimentali di respiro ben differente.

2 . Erbari e horti sicci: i cataloghi di tutte le piante conosciute

Dall’erbario di Otto Brunfels, non a caso illustrato da un allievo dello stesso Dürer, passando per l’”orto essiccato” di Luca Ghini si giunge fino al primo catalogo sistematico di Andrea Cesalpino, tutte opere compiute entro la prima metà del Cinquecento.

Come per le tavole anatomiche, anche nel caso della descrizione botanica l’apporto degli artisti, in secoli in cui non c’era la fotografia, poteva essere determinante. Più le illustrazioni erano complete, fedeli e accurate, più l’informazione trasmessa aveva possibilità di essere compresa pienamente e correttamente utilizzata.

3 . I nuovi mondi, le nuove piante

Le esplorazioni geografiche e l’evidenza di una botanica in parte sconosciuta nelle terre del nuovo mondo che via via si andavano scoprendo diedero ulteriore linfa ai grandi cataloghi di “erbe secche”, come l’opera monumentale assemblata dal celebre bolognese Ulisse Aldrovandi.

Accanto alle piante essiccate, grazie alle quali era possibile comporre un catalogo del mondo vegetale sempre più ricco, di fondamentale importanza era l’accrescimento degli orti botanici che via via si arricchirono di piante esotiche “vive”. Per esse si cercò l’acclimatazione in un ambiente per loro estraneo, se non ostile, al fine di poterne sfruttare le potenzialità anche curative e insieme di poterle esibire come meraviglie di mondi lontani, in modo non dissimile rispetto alle celeberrime Wunderkammer.

La conoscenza di mondi nuovi stimolò e fu trainante per un approfondimento diverso, un nuovo approccio anche alla botanica europea. L’interesse sotteso all’acquisizione di una quantità di informazioni completamente nuove derivanti dalla natura, vegetale e animale, delle nuove terre ci viene raccontato, se pur in modo non esplicito, dal celebre medico svedese Carl von Linné (1707-1778): si sperava di giungere alla scoperta di nuove utilità per l’uomo, sia in campo alimentare che in campo medicinale – degli interessi politici in questi due campi parliamo qui – , si mirava a conoscere meglio e più a fondo il mondo vegetale e animale nel suo insieme e dunque si cercava sempre più, colmando le lacune del Catalogo della Natura, di comprendere l’utilità di ogni essere svelando sempre meglio il disegno dell’Intelligenza creatrice.

Focus: “Se Linneo è un cavallo, è il primo dei cavalli”

M.me Guénard, Les enfants voyageurs, tomo I p. 43

Passiamo ora al metodo di Linneo. Questo saggio, uno dei più grandi naturalisti del diciottesimo secolo, nacque a Roeshutt, nella provincia di Smaland, il 24 maggio 1707. Formatosi fin da giovane nella passione per la botanica, tutti gli altri studi gli sembravano insipidi tanto che fu tacciato di pigrizia e di incapacità, al punto che il suo inetto istitutore propose ai suoi genitori di farne un calzolaio, con il pretesto che egli non aveva alcuna attitudine per le lettere.[…].
Quando la Mettrie [Julien Offray de la Mettrie, medico], scrivendo il suo sfogo contro questo naturalista che classificò al livello di un ippopotamo, di un maiale e di un cavallo, egli disse, “cavallo egli medesimo”, Voltaire gli rispose “Converrete che se il signor Linneo è un cavallo, è il primo dei cavalli”.

Linneo C., Il sonno delle piante, e-book, 2020

Pubblicato per la prima volta a Uppsala nel 1755, il “Somnus plantarum” è uno scritto importante, ma poco conosciuto, del grande scienziato svedese Linneo, artefice del fondamentale sistema di classificazione delle piante, degli animali e dei minerali. Osservando la posizione assunta dalle foglie e dai rami di alcune piante durante la notte, Linneo ricavò alcune sorprendenti riflessioni, molto in anticipo sulla moderna scienza botanica. Linneo capì, infatti, che i movimenti notturni delle piante rispondono sempre a una legge generale del mondo vegetale. La tendenza durante il riposo a riprendere la posizione iniziale del germoglio, ad esempio, oppure la propensione al sonno in giovane età, sono tratti comportamentali che il mondo vegetale condivide con il mondo animale. Stefano Mancuso, botanico, nella sua introduzione al “Sonno delle piante” afferma che “le osservazioni svolte negli ultimi anni dai ricercatori internazionali nel campo della neurobiologia vegetale dimostrano che le piante sono organismi in grado di dormire”. Proprio come aveva ipotizzato Linneo.

Focus: lezioni di botanica “ancien régime”

M.me Guenard, Les enfans voyageurs, ou les petits botanistes, 1818 – lettura dal secondo libro

Quelle dame non furono pigre: non erano più delle cinque e un quarto quand’esse si riunirono nel vestibolo, da dove si recarono in una bella piana che il sole nascente rischiarava della sua luce brillante; il cielo era puro, l’aria calma, e tutto sembrava invitare alla contemplazione della natura.

Quando ebbero ammirato per qualche tempo il bell’effetto delle ombre prodotte dall’oscillazione delle spighe, che gli zefiri facevano ondeggiare mollemente, Madame de Saint-Elme ne prese una, dicendo “Sapete che la paglia (è il nome che diamo al fusto su cui si attacca la spiga) ha un’organizzazione simile a quella di tutti i monocotiledoni, con la differenza che la paglia è tagliata da nodi. L’origine della cultura del grano risale a quella del mondo: si ignora il momento in cui fu scelto fra la folla delle erbe e collocato al rango più distinto, tra le piante utili all’uomo.

Il tempo che il grano passa sulla terra ha fatto nascere la favola di Proserpina: si raccontava che Cerere, madre di questa dea, avendola perduta, non la ritrovò che presso il dio degli inferi (la parola inferno presso gli anziani significava grande profondità): così il grano sepolto nella terra sembra perduto fino al momento in cui riappare sotto nuova forma, passando alternativamente sei mesi sotto terra e sei mesi sopra. Ciò che sembrò certo fu che Cerere fu una principessa che favorì l’agricoltura non solo nei suoi stati, ma anche in quelli dei vicini.

Il grano è diventato la ricchezza più grande dei paesi che lo coltivano e la sua carestia, reale o presunta, causa dei sollevamenti molto pericolosi fra i popoli d’Europa, e soprattutto in Francia, dove non si concepisce la possibilità di rimpiazzare il pane, mentre i tre quarti della terra non ne mangia; ma non è meno vero che è uno dei nutrimenti più appropriati della specie umana.

4 . La classificazione della natura, opera perfetta

Per poter disegnare un catalogo del mondo naturale con queste caratteristiche era necessario trovare un filo conduttore, una linea logica, ripetibile, nelle cui maglie sarebbero state comprensibili tutte le possibili eccezioni ancora da scoprire. Una logica, una legge: fu trovata nella classificazione binomiale per genere e poi per specie sulla base del criterio di riproduzione. Tuttavia Linneo considerava le specie opera divina quindi perfetta, eterna e immutabile, laddove un secolo più tardi e dopo innumerevoli dibattiti si arrivò a comprendere, come dato di realtà, l’idea di evoluzione – ne parliamo qui.

Focus: l’ibrido di Fairchild ovvero l’uomo come creatore

Andrea Wulf, La confraternita dei giardinieri, 2011

Cosa accomuna un manipolo di mercanti e giardinieri inglesi, un intraprendente agricoltore americano e il botanico svedese più famoso di tutti i tempi?

Fairchild, Miller, Bartram, Collinson, Banks, Linneo: sono solo alcuni membri della “confraternita dei giardinieri” che, con ruoli, motivazioni e interessi diversi, nel corso del Settecento animarono una vera e propria “rivoluzione botanica”, così profonda e invasiva da aver dato forma non solo ai giardini e ai parchi inglesi così come oggi possiamo ammirarli, ma perfino a un “paesaggio psicologico”; di provata “britannicità”, un tratto inconfondibile nei costumi e nelle propensioni di un popolo.

Sullo sfondo delle grandi esplorazioni di James Cook e degli anni cruciali che portarono alla nascita degli Stati Uniti d’America, il giardino all’inglese non divenne solo il passatempo e l’ossessione per milioni di inglesi – oltre che un lucroso affare per molti di loro – ma simbolo e veicolo stesso dell’Illuminismo, espressione visiva di un paese famoso per essere la “sede della libertà”. In pochi decenni, quei pionieri riuscirono a unire orticoltura pratica, botanica sistematica ed espansione coloniale in un progetto omogeneo, rafforzando il potere imperiale di una nazione sul mondo: questo libro, a metà tra il saggio e il romanzo storico, ripercorre l’avventura di coloro che riuscirono a plasmare con le proprie mani il “capolavoro della natura” e a penetrarne i segreti.

Andrea Wulf

In un giorno d’inizio estate del 1716, Thomas Fairchild andò nel suo giardino di Hoxton, chiuse la porta del capanno per la rinvasatura e mise in moto una catena di avvenimenti di tale portata che in futuro nessun giardiniere avrebbe mai più considerato le piante nella medesima ottica. E nel contempo la sua iniziativa condusse lo stesso Fairchild, un devoto cristiano, a vivere nel timore della collera divina per il resto della sua esistenza.
Eminente vivaista dell’epoca, Fairchild andava famoso per le piante rare, la capacità di indurre a fiorire anche i bulbi più recalcitranti, e le uve squisite. […] Da solo nel capanno, sistemò sul banco di lavoro una serie di vasi. Alcuni contenevano garofani doppi, altri garofani dei poeti. Stringendo tra le dita una piuma, l’uomo ne strofinò la punta sullo stame di un garofano dei poeti: nonostante la pelle irruvidita dal contatto quotidiano con l’acqua e la terra, aveva mani ferme e delicate. Poi passò con dolcezza l’estremità della piuma sullo stigma di un garofano doppio, in modo da cospargerlo con il polline impalpabile dell’altro fiore. Fece presto a concludere l’operazione. Ora doveva solo aspettare.
Nei mesi successivi, entro il garofano maturarono i semi, ciascuno dei quali conteneva i tratti genetici dei genitori. Ma soltanto con l’arrivo della primavera, quando quei semi germogliarono e poi fiorirono, Fairchild poté vedere la propria creazione: un fiore rosa che univa le corolle doppie del garofano ai capolini a mazzetti del garofano dei poeti. Era il primo incrocio creato dall’uomo.
In un’epoca in cui la maggior parte dei botanici rifiutava ancora l’idea che le piante si riproducessero sessualmente in maniera analoga agli animali, l’ibrido di Fairchild… era un atto sovversivo, perché contraddiceva le convinzioni universalmente condivise secondo le quali Dio aveva dato vita alle piante di ogni specie nel terzo giorno della Creazione

Focus: le scienze dello spirito e la conoscenza della Natura

Vito Mancuso (teologo e filosofo), La questione dell’Umanesimo. Le scienze dello spirito e la conoscenza della natura, conferenza tenuta presso la Fondazione Collegio San Carlo il 15 marzo 2013

5. La natura delle “cose”. La polemica settecentesca sulla generazione spontanea

Tito Lucrezio Caro, Della natura delle cose, ed. 1765

Or via, giacché sin’ora io t’ho dimostro,
Che nulla mai si può crear dal nulla,
Né mai cosa creata annichilarsi;
Acciò tu nondimen dei detti miei
Non abbi a diffidar, perché non puoi
Delle cose veder gli alti principj,
Ascolta in oltre; ed a quei corpi attendi,
Che tu medesmo a confessar costretto
Sei, che pur son, benché non puoi vedergli.

Naturalmente non ci si trovava di fronte ad un unico problema lentamente risolto, in modo positivo, grazie all’intuizione della classificazione binomiale che consentiva di collocare in una posizione razionalmente governabile l’intero mondo vegetale.

L’idea di mutazione, spontanea o indotta – si è visto con l’esperimento dell’ibrido di Fairchild – portava con sé l’idea di imperfezione, di errori di natura, poneva dubbi inediti circa la nascita stessa delle forme viventi.

A questo proposito uno dei dibattiti che più infiammò l’Europa scientifica alla metà del Settecento riguardò proprio la generazione delle forme viventi dalla materia inerte, se pur organica. Si generavano spontaneamente? O piuttosto era un problema legato all’invisibilità delle uova, delle larve, o di una forma sconosciuta di matrice di vita che non era ancora possibile individuare a causa della scarsa capacità di ingrandimento dei microscopi? Se le forme viventi si potevano classificare questo determinava la necessità di comprenderne il ciclo vitale e naturalmente la riproduzione: era plausibile che alcune forme viventi ovviassero alla fase della riproduzione generandosi, appunto, spontaneamente?

Fra i protagonisti di questo dibattito ci furono Charles Bonnet e Lazzaro Spallanzani, due fra le menti più illuminate del dibattito scientifico europeo della seconda metà del Settecento: ne diamo conto nell’approfondimento dedicato proprio a Lazzaro Spallanzani.

Focus: Charles Bonnet e l’enciclopedia del sapere naturale

Contemplazione della natura del Signor Carlo Bonnet, tradotta in italiano e corredata di note dall’abate Spallanzani, 2 volumi, 1769-1770 (volume 1 e volume 2)

Nei due libri Bonnet compila una sorta di enciclopedia intorno al sapere naturale, inframmezzata da osservazioni che ricordano al lettore moderno quanta importanza venisse data, nella formazione di uno scienziato o di un medico settecentesco, alla filosofia: è la “contemplazione” richiamata nel titolo. Le note dell’abate Lazzaro Spallanzani, traduttore dell’opera e biologo sperimentale egli stesso, arricchiscono il testo e danno conto di un dibattito vivace e talvolta pungente accesosi nell’Europa degli anni Sessanta e Settanta del Settecento. Ne forniamo un esempio nel profilo dello scienziato di Scandiano.

Charles Bonnet

[vol. II, pp. 181-182] L’orso, e il lione acquistar possono una certa docilità, e sottomettersi alla direzione di una mano egualmente destra che coraggiosa. Ma il naturale, che è impossibile a distruggere, si fa sempre vedere; l’orso rimane orso,  il lione non lascia d’esser lione. La possibilità di piegare, o di modificare fino a un certo segno il naturale degli animali, e di farli prendere novelle impressioni, è una conseguenza dell’istinto, che li porta a cercare ciò che è utile alla loro conservazione, e a fuggire per l’opposto ciò che loro può nuocere. La fame, e il timore sono i due gran mobili, che li determinano…

Focus: le nuove parole del dibattito scientifico

Aldo Giorgio Gargani, La scienza in discorso. Certezza, linguaggio, rappresentazione, conferenza tenuta presso la Fondazione Collegio San Carlo il 27 ottobre 2006

Questa parola, il caso, che ha cessato di essere un termine per designare l’impressione vaga e fumosa di disordine e confusione ed è diventato un tema scientifico, è divenuto tanto un argomento strutturato nelle recenti dottrine fisiche della termodinamica, del caos deterministico e della complessità, della biologia e della neurofisiologia quanto nella letteratura e nella poesia, e perfino dove meno ce lo si poteva aspettare, ossia nelle dottrine antropologiche e sociologiche delle organizzazioni, delle comunità pratiche, delle aziende, del management. (A.G. Gargani, Il filtro creativo, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. VII-VIII)

Franca d’Agostini (professoressa di Filosofia della scienza – Politecnico di Torino), Verità. Le forme dell’argomentazione filosofica e scientifica, conferenza tenuta presso la Fondazione Collegio San Carlo il 22 febbraio 2013

La scienza in se stessa, come impresa, consapevole di se stessa – e di solito lo è – spesso è scettica su se stessa. E in effetti le filosofie della scienza spesso sviluppate fra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo hanno sottolineato questo aspetto. Però è anche vero che mano mano è emersa una nuova consapevolezza rispetto al concetto di verità legata all’emergere oggettivo del principio democratico, proprio in virtù del nesso fortissimo che si viene a stabilire fra verità e democrazia, se pure altri teorici affermano che niente è verità in democrazia, che invece ne è condizione necessaria.